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Ricominciare dall'anno zero

Aggiornato il: mag 3

Il valore del progetto per non rinunciare al futuro

4 maggio 2020!

Non dimenticheremo più questa data, che per ironia della sorte si trova appena qualche giorno dopo la festa del lavoro. Come per tante categorie di lavoratori, anche per noi architetti questo giorno, denso di aspettative, di speranza, di entusiasmo, ma anche di paura, disorientamento e di profonda incertezza, sarà un banco di prova per la ripartenza.

Queste lunghe settimane che ci hanno tenuti non solo a casa lontani dal lavoro, ma anche lontani dagli affetti, da parenti, familiari ed amici, ci hanno costretti sul divano di casa ad assistere impotenti al dramma che si stava consumando nel mondo e nel nostro bellissimo paese. Durante queste lunghe settimane abbiamo provato a tenerci in esercizio (lavorativo) usando i pochi strumenti che avevamo a disposizione e cercando di formulare ipotesi sulle prospettive future e sui modi per ricominciare. Tutti, nel massimo rispetto dei decreti del Presidente Conte, abbiamo lavorato da casa con la mente, ma anche con il cuore e abbiamo agito come "I porcospini" di Shopenhauer, cercando di trovare la giusta distanza che ci consentisse di sentirci vicini alle persone con le quali abbiamo condiviso tanti lavori, farci reciprocamente forza, senza però danneggiarci a vicenda.

Ogni forma di lavoro che si conosca è fatta di pensiero e di azione, di progetto e di realizzazione e noi architetti, rappresentiamo l'essenza dell'aspetto progettuale del lavoro.

Il contributo alla società in cui viviamo è tangibile in ogni cosa che ci circonda. Dai piccoli utensili di uso comune per la vita quotidiana ai mezzi di trasporto pubblici e privati, dagli oggetti di design e gli accessori che comunemente usiamo alle case e alle città, che rappresentano il paradigma del lavoro dell'architetto. Walter Gropius ne sintetizzò il vastissimo raggio di azione coniando lo slogan "dal cucchiaio alla città" che rende molto chiaro il salto di scala di cui il progetto ha bisogno, per mano dell'architetto, allo scopo di diventare elemento tangibile.

L'ambiente che noi meglio conosciamo e in cui assistiamo al passaggio dall'idea alla realizzazione compiuta del progetto, è il cantiere, luogo in cui avviene il processo di trasformazione ad opera delle maestranze che impiegano il loro sapere e la loro esperienza, per tradurre in realtà concreta ciò che noi progettiamo.

A pochi giorni dal fatidico 4 maggio, posso solo augurarmi che il mondo in cui viviamo riconosca il valore sociale del lavoro che facciamo noi architetti. Se così non fosse, sarebbe l'inizio di una drammatica regressione, non solo economica, ma anche e soprattutto sociale. Il termine "progetto" deriva dal latino "gettare avanti", cosa che l'uomo ha sempre fatto nel corso della storia. Non credere oggi nel valore del progetto od averne paura, significherebbe non credere più nel futuro, sarebbe un atto di resa.

Adesso è ora di alzarsi dal divano, è giunto il momento di ripartire, chiaramente con le giuste cautele, con coraggio e intraprendenza. Ritorneremo a "progettare", allo scopo di progredire ed evolverci, come abbiamo sempre fatto. Continueremo a creare le giuste sinergie e le collaborazioni in grado di soddisfare i bisogni della collettività e dei nostri clienti. Sicuramente rivaluteremo l'idea della casa, che in questi mesi abbiamo vissuto intensamente e saremo in grado di pensare ad essa in modo più consapevole. Valorizzeremo le sue pertinenze esterne, la penseremo necessariamente più confortevole. Penso ai balconi e alle verande che vedevamo sempre vuoti prima del Covid, e mi vengono in mente i barbecue, le esibizioni canore, le performance musicali o le chiacchierate con i dirimpettai a cui abbiano assistito durante il lockdown. Forse avremo la capacità di riprogettare questi spazi in maniera più intelligente d'ora in avanti. Probabilmente penseremo ad ambienti interni più versatili, in grado di farci connettere al mondo esterno con sistemi integrati, ma al contempo spazi più adeguati per i momenti di condivisione tra i componenti del nucleo familiare. Molti di noi manterranno delle abitudini alle quali il virus ci ha in qualche modo costretti, come il lasciare le scarpe all'ingresso o il frequente lavarsi le mani e ancora, il far prendere aria ai vestiti. Questi gesti e queste abitudini si tradurranno molto probabilmente in segni architettonici, elementi nuovi per le case, anche tecnologici, che finiranno inevitabilmente per fare la differenze tra le case prima e dopo il Covid. Muterà anche il nostro rapporto con gli spazi esterni, all'interno delle città nelle quali viviamo, che avranno bisogno di gesti progettuali più consapevoli. La scelta di giuste alberature, un'adeguata progettazione di elementi di arredo urbano, corsie preferenziali ciclabili e pedonali che evitino gli incroci.

L'uomo non muterà il suo DNA per adeguarsi alla convivenza con il virus e con altre possibile epidemie che (come sostengono i virologi) potrebbero manifestarsi negli anni a venire, ma sarà certamente capace di fare uso del buonsenso, delle buone abitudini e della innata e istintiva capacità di proiettarsi in avanti, appunto, di progettare.


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